Anni. Che era seduto a quello sgabello. Erano anni ormai. Quel bar senza quell'uomo non era un bar. Non era niente. Era solo una stanza molto grande dove si servivano alcolici. Quell'uomo, dunque. E quello sgabello. E quel bar. E nient'altro di importante, a quanto pareva. Nient'altro di importante. Non gli altri clienti, con i loro cappotti bagnati e i loro occhi rossi di alcool. Ne i baristi, intenti a mescolare liquidi senza alcun criterio apparente. Nel il pianista, lagnante nenie d'amore disperante. Nient'altro era importante in quel bar. Solo una donna, forse. Una donna che stava per entrare, passando dalla pesante porta di legno scuro. Un attimo di stallo. Ogni cosa si fermò. O almeno così parve. Un momento di silenzio. Forse anche più di un attimo. Qualcosa era appena cambiato in quel posto. Ora c'era un'altra cosa importante oltre a quell'uomo, quello sgabello e quel bar.
Era perfettamente mora e perfettamente abbronzata. Il suo viso era perfettamente angelico, nonostante un perfetto difetto ai denti, leggermente storti. Il più bel difetto mai visto sulla faccia della terra.
Quell'uomo era seduto li da sempre. Quindi si accorse, pur dando le spalle alla pesante porta di legno scuro, che qualcosa di importante oltre a lui, il suo sgabello e il suo bar, stava accadendo. Pensò, di primo acchitto, di voltrarsi a vedere. Ma non l'aveva mai fatto in quei mille anni. Niente aveva distolto la sua attenzione dalla sua pinta eternamente mezza vuota. Però stavolta era diverso. Sentiva che era diverso. Sentiva che era diverso e che quella era davvero una cosa molto importante. Tanto da far voltare perfino lui.
Sentì l'odore correre nel tratto d'aria che separava lo sgabello dal listello di parquet da cui partivano quelle gambe perfette. Un odore dolce ma non troppo, un misto di vaniglia e feromoni che avrebbe scatenato i lombi di chiunque. Era troppo perfetto quell'odore, troppo perfino per lui. L'uomo e il suo sgabello. Ancora girati dalla parte della pinta mezza vuota.
Udì poi un ticchettio di passi. Un ticchettio di passi femminili. Già, perfettamente femminili. E il ritmo che suonavano era così bello che quell'uomo cominciò a pensare a come sarebbe stato bello danzare al ritmo di quei passi.
D'un tratto la donna si schiarì la voce e l'uomo e il suo sgabello sussultarono: nessun suono era mai stato più bello di quello. Nemmeno Chopin era riuscito a creare tanto. Una voce perfetta che andava ad infrangersi contro un muro di tonsille, un suono che non poteva non atttirare le attenzioni su se.
Era una cosa fantastica, l'uomo, lo sgabello ed il bar erano in secondo piano ormai. L'uomo era estasiato. Era sicuro. Lo aveva sentito. Da quell'odore, da quel ritmo, da quel suono: era arrivato finalmente il momento di innamorarsi di nuovo. L'ultima volta finì proprio il giorno antecedente alla sua prima seduta su quello sgabello. Ma i suoi mille anni di segregazione erano finiti ormai. Anche lei era ammaliata da lui. Da quell'uomo solo, che mostra le spalle alla vita e a chi la consuma ogni giorno. Quell'uomo era sicuro anche di quello. E con queste certezze si voltò. Per la prima volta dopo mille anni seduto su quello sgabello. E la vite, in tutta la sua perfetta bellezza. Solo una cosa rovinava quella perfezione: la presenza sulle sue labbra di un paio di labbra di uomo. Di un altro uomo. Di un uomo senza sgabello.
L'uomo con lo sgabello si voltò e tornò alla sua importanza.
Un brutto con una chitarra in mano: chissà che grande artista. Un bello con una chitarra in mano: saprà che non è una racchetta?
Più il potere aumenta più il contatto con la realtà diminuisce. E le persone diventano strumenti. Io vorrei essere un oboe.
(V. Savaiano, 1984-1832)
Assolato pomeriggio. Freddo e assolato. Due mani in tasca camminano. Attaccato a loro un corpo intero. Anche una testa, seppur nascosta in un cappuccio di lana. Bianco. Sotto anche due piedi. Avanti uno, avanti l'altro. Mai tutti e due insieme. Scarpe marroni intorno ai piedi. Sopra i piedi, andando verso l'alto, due gambe, complete di ginocchia, femori, quadricipiti, etc. Poi un bacino, con relativo pene, coperto da un paio di pantaloni neri (gli stessi che coprivano anche le gambe). Una pancia, una schiena, delle braccia, coperti tutti da uno strato camicioso, da uno giaccoso e da uno cappottoso. Poi un collo. Infine una testa, come detto. Sotto un cappuccio di lana, come detto. Insomma, un uomo intero che cammina con le mani in tasca. Un uomo intero che cammina con le mani in tasca verso chissà cosa. Già, verso cosa? Un uomo che cammina non può non avere una direzione. E' uno stress continuo dover pensare alla direzione da seguire mentre si cammina. Perchè si dice che se uno non ha direzione è inutile che cammini. Anche chi passeggia sa dove, come e quanto deve passeggiare. E invece quell'uomo non ce l'aveva una direzione. Pochi uomini possono farlo. Pochi sfortunati uomini camminano verso niente. Lui era uno di quei pochi sfortunati uomini. Si chiamava Carlo.
E l'avventura dei suoi piedi era iniziata mezz'ora prima, da casa sua. Ma era davvero sua? Ora che ci pensava forse non lo era mai stata. Una casa è tua quando la compri, si dice. Ma non è vero. A volte, se dentro quella casa ci vive una famiglia, quella diventa casa di tutta la famiglia. E quando arriva un estraneo lui lo sa che quella è casa di ogni componente di quella famiglia. Solo che bisogna far parte di quella famiglia per far parte di quella casa. E Carlo (ci pensava in quel momento) non ne aveva mai fatto parte.
I piedi di Carlo, un'ora prima, erano infilati sotto la sua scrivania. Quella si, sua, dal momento che sopra c'era poggiato il suo computer, quello su cui lui e solo lui scriveva. Cosa? Non fu mai dato saperlo. La cosa importante, ora, è la scrivania e i piedi di Carlo: entrambi veramente suoi. Carlo e i suoi piedi erano nella casa non loro ma alla loro scrivania davanti al loro computer. E scriveva. Solo Carlo, senza piedi. Da giorni, ormai, scriveva in preda a sempre più frequenti raptus. Passava ore a ticchettare, a ditare contro la tastiera (sulla quale sono, appunto, i tasti) sperando che questa comunicasse allo schermo davanti a se, tramite sofisticato passaggio attraverso il cervello elettronico, quello che il cervello umano carliero stava elaborando. E, pensate un po', quell'aggeggio tastiero lo faceva! Faceva tutto quello che voleva lui. E lui, in quel momento, voleva continuare a dire qualcosa. Lo faceva da giorni. Seguiva le sue emozioni, i sentimenti sparavano a mille verso la punta delle dita, ma forte forte, e giù a battere sui tastini diseganti, ogni tanto una lettera, via a sbattere su quello schermo tutto ciò che Carlo voleva fosse ricordato, attraversato da un brivido caldo, come i Matia Bazaar, e...
...una voce.
...ruppe tutto.
...pensieri, sentimenti, dita.
...tutto.
...la voce diceva: "
..."
...qualcosa, diceva.
...qualcosa che aveva a che fare con del pane.
...e del latte.
...ed un parrucchiere.
...voce femminea.
...voce insensibile.
...voce cattivamente cattiva.
...aveva distrutto tutto, magia, scorrere, momento.
...tutto.
...tutto.
...dove sono rimasto?
...cosa stavo scrivendo, cristo?
...era importante.
...era una cosa che doveva restare e non resterà.
...ora non c'è più.
...non ci sarà più.
...non ci sarà più.
...non ci sarà più...
. Più.
Quel corpo intitolato Carlo continuava a costringere un piede e poi l'altro a mettersi avanti, a turno, prima uno poi l'altro, mai insieme. Chissa perchè. Quel corpo intitolato Carlo sentiva un dolore acuto. Ad una mano. La destra. Sulle nocche, precisamente. Nocche che avevano urtato una cosa che sembra morbida ma che in realtà morbida non è. L'avevano urtata tre, quattro volte, finchè non diventò poi veramente morbida. Poi pensarono, quelle nocche, poi la mano, poi il polso, poi l'avanbraccio, poi il braccio, poi la spalla, poi il collo, poi l'orecchio, poi il cervello.
...che avete fatto, nocche?
...abbiamo colpito una cosa dura che smbrava morbida.
...e cos'era?
...una faccia. Un viso.
...di chi?
...di una donna che viveva nella casa con te.
...perchè?
...perchè i pensieri non tornano. E lei li a fatti fuggire.
...e ora?
E ora?
Il TG della sera: "...ato ristrovato il corpo senza vita di una donna di 40 anni. Aveva il cranio distrutto, forse da ripetuti colpi con un corpo contund..."
Piede avanti, piede avanti. Prima uno poi l'altro, mai tutti e due insieme. Perchè? Carlo ci prova. Ma davanti a se nulla. Solo aria sul viso. Poi un rumore sordo. Senza dolore. Sapore d'asfalto sul viso. E il corpo che metteva avanti prima un piede poi l'altro ora non aveva più logica, cumulo informe di ossa e sangue. Sull'asfalto. Ciao Carlo. I pensieri non tornano.
Non sono come voi. Per fortuna. Vostra.