Anni. Che era seduto a quello sgabello. Erano anni ormai. Quel bar senza quell'uomo non era un bar. Non era niente. Era solo una stanza molto grande dove si servivano alcolici. Quell'uomo, dunque. E quello sgabello. E quel bar. E nient'altro di importante, a quanto pareva. Nient'altro di importante. Non gli altri clienti, con i loro cappotti bagnati e i loro occhi rossi di alcool. Ne i baristi, intenti a mescolare liquidi senza alcun criterio apparente. Nel il pianista, lagnante nenie d'amore disperante. Nient'altro era importante in quel bar. Solo una donna, forse. Una donna che stava per entrare, passando dalla pesante porta di legno scuro. Un attimo di stallo. Ogni cosa si fermò. O almeno così parve. Un momento di silenzio. Forse anche più di un attimo. Qualcosa era appena cambiato in quel posto. Ora c'era un'altra cosa importante oltre a quell'uomo, quello sgabello e quel bar.
Era perfettamente mora e perfettamente abbronzata. Il suo viso era perfettamente angelico, nonostante un perfetto difetto ai denti, leggermente storti. Il più bel difetto mai visto sulla faccia della terra.
Quell'uomo era seduto li da sempre. Quindi si accorse, pur dando le spalle alla pesante porta di legno scuro, che qualcosa di importante oltre a lui, il suo sgabello e il suo bar, stava accadendo. Pensò, di primo acchitto, di voltrarsi a vedere. Ma non l'aveva mai fatto in quei mille anni. Niente aveva distolto la sua attenzione dalla sua pinta eternamente mezza vuota. Però stavolta era diverso. Sentiva che era diverso. Sentiva che era diverso e che quella era davvero una cosa molto importante. Tanto da far voltare perfino lui.
Sentì l'odore correre nel tratto d'aria che separava lo sgabello dal listello di parquet da cui partivano quelle gambe perfette. Un odore dolce ma non troppo, un misto di vaniglia e feromoni che avrebbe scatenato i lombi di chiunque. Era troppo perfetto quell'odore, troppo perfino per lui. L'uomo e il suo sgabello. Ancora girati dalla parte della pinta mezza vuota.
Udì poi un ticchettio di passi. Un ticchettio di passi femminili. Già, perfettamente femminili. E il ritmo che suonavano era così bello che quell'uomo cominciò a pensare a come sarebbe stato bello danzare al ritmo di quei passi.
D'un tratto la donna si schiarì la voce e l'uomo e il suo sgabello sussultarono: nessun suono era mai stato più bello di quello. Nemmeno Chopin era riuscito a creare tanto. Una voce perfetta che andava ad infrangersi contro un muro di tonsille, un suono che non poteva non atttirare le attenzioni su se.
Era una cosa fantastica, l'uomo, lo sgabello ed il bar erano in secondo piano ormai. L'uomo era estasiato. Era sicuro. Lo aveva sentito. Da quell'odore, da quel ritmo, da quel suono: era arrivato finalmente il momento di innamorarsi di nuovo. L'ultima volta finì proprio il giorno antecedente alla sua prima seduta su quello sgabello. Ma i suoi mille anni di segregazione erano finiti ormai. Anche lei era ammaliata da lui. Da quell'uomo solo, che mostra le spalle alla vita e a chi la consuma ogni giorno. Quell'uomo era sicuro anche di quello. E con queste certezze si voltò. Per la prima volta dopo mille anni seduto su quello sgabello. E la vite, in tutta la sua perfetta bellezza. Solo una cosa rovinava quella perfezione: la presenza sulle sue labbra di un paio di labbra di uomo. Di un altro uomo. Di un uomo senza sgabello.
L'uomo con lo sgabello si voltò e tornò alla sua importanza.
Una lampada che emana una luce arancioneggiante sta sul tetto della casa, sporgendosi un po’, illuminando qualcosa. La ghiaia è ferma li. Bianca. Come il latte. Come un’orchidea. Come la ghiaia. La ghiaia è ferma li dal tempo, anche se i sassolini che la compongono si muovono, di qua e di la, li calpestano, li lanciano, li scalciano, ma fanno sempre parte di quel gruppo di cose a cui è stato dato il nome di ghiaia.
La casa è gialla. O lo era tanti anni fa. Ora l’intonaco ha fatto ciao ciao e un po’ alla volta si è suicidato gettandosi nel vuoto. Riposi in pace. Al momento restano mura grigie e grezze, di quelle che se ci strusci il dorso della mano ti porta via la pelle.
Le finestre sono buie. O meglio, lo sono le stanze di cui esse fanno parte. Non si può illuminare una finestra a se stante.
Nessun rumore proviene da dentro.
La casa è abbandonata.
Da tanto tempo.
Quanto?
Chissà.
Probabilmente da mille anni.
O qualche anno di più.
Eppure, questa storia di palloni, di bambini, di pazzie e di cani parlanti, viene da li dentro. Da qualcosa che li dentro sta da una vita - se esiste una vita da usare per quantificare il tempo – un qualcosa fatto di immaterialità e ossa, di sporcizia sui gomiti e capelli sporchi. Qualcosa che vive grazie all’alcool e grazie all’alcool è ancora ancorato ad una vita che ormai non avrebbe senso, nella sua entità di vita. Ma senso ce l’ha, li, in quella casa abbandonata da mille anni, abbandonata da tutti tranne che da un cervello che ricorda vite, e le mischia ad altri ricordi e alla sua fantasia. E’ da li che viene questa storia, dal cervello di un vecchio, senza più un nome (e quindi senza più una vita), che un tempo era stato una persona, e in un tempo ancora precedente era stato un ragazzo, e in un tempo ancora precedente era stato un ragazzino. Che giocava con un pallone arancione.
La vecchina
“Cosa? Venite, accomodatevi, scusate il disordine ma sa com’è, da quando mio marito se n’è andato...Vi offro un caffé? Davvero, non fate complimenti. Un caffé e basta. Sicuri? Non dovete preoccuparvi, eh? Io ve lo faccio lo stesso, semmai non lo bevete. Cosa? Si, io stavo qui che leggevo quella rivista, li, quella sul tavolino. Non quella, l’altra. No, l’altra. Eh, quella. Cosa? Si, Tv Sorrisi e Canzoni. E leggevo che c’è ******* che ha detto che è felice di fare la trasmissione con ******* e invece c’è ******* che non sapeva che ******* sarà il protagonista dello sceneggiato. Cosa? Il telefono è li. Cosa? Ah, quando ha squillato, intendeva. Mi scusi, sa, è che non ci sento bene da questo orecchio. Sa, io sono vecchiarella, alla mia età certe cose non le posso più fare. Quand’ero giovane andavo a fare la spesa da sola per il mio povero Peppe che se n’è andato, pace all’anima sua. Era tanto bravo. Eh, sapesse come mi sento sola da quando non c’è più. Cosa? 30 anni fa. Eh, cosa vuole che siano 30 anni...Cosa? Ah, si, è vero. Sentivo un po’ di casino e allora ho pensato “questa è la signora Bruna che si arrabbia con i bambini”. Che io la capisco, ha il marito in casa che è ammalato e quei monellacci gli tirano il pallone contro il muro. E lei allora si arrabbia. Se lei sapesse cosa significa avere un marito malato...Il mio povero Peppe, gli ultimi anni di vita, stava sempre a letto, mangiava con le cannucce...Cosa? Ah, si, è vero. C’era Bruna che urlava. Allora io vado ad affacciarmi e che vedo? La signora Bruna che tirava le bucce del cocomero a quella peste del figlio di quella del 4° piano. Quella è strana. Rientra sempre la notte tardi. Per me va in discoteca a divertirsi. Poi si lamentano perchè i figli vengono così sbandati. Ai miei tempi era diverso. Quand’ero giovane io qui era tutto prato e ci venivamo a giocare. C’era anche il mio povero Peppe. Passavamo le ore a...ma dove va? Ah, ve ne andate? E non volete sapere com’è andata a finire? Sicuri? Volete un bicchiere d’acqua? Non fate complimenti. Ve lo metto in un bicchiere di plastica e ve lo bevete quando vi va. Ve lo do, arrivo subito eh. Sa com’è, sono vecchiarella io. Ecco l’acq...ma dove sono andati? Signori? C’è l’acqua. Ah, che maleducati. Nemmeno mi hanno salutati. Ha, ma ora mi faccio sentire. Chiamo subito Marisa. Pronto, Marisa? Ma non sai cosa mi è successo? Vengono qua due uomini che mi devono fare delle domande. Uno era tale e quale al fratello del mio Peppe. Se ci fosse stato ancora lui...”
Zio Alfredo (il meccanico)
Cosa posso dirvi? Ero li che stavo facendo pagare una cinghia di distribuzione quattro volte il suo prezzo ad una sciaquetta che aveva portato da me la sua Smart gialla. A un certo punto questa mi fa: “Ma davvero costano così tanto le cinte?” e io le faccio “Cinghie, signorina, cinghie”. Capito? Nemmeno sapeva di che parlavamo! E allora perchè non dovevo fregarla, scusate? Era un’ignorante e gli ignoranti vanno fregati. Sennò a cos’altro serve studiare? Certo, io non ho studiato. E sono pure ignorante. Però visto che quelli meno ignoranti di me mi fregano io a mia volta devo fregare quelli che lo sono più di me. E’ una vitaccia, bisogna sopravvivere. Sono tutti pescecani e uno deve pur galleggiare, no? Mica ci si può solo far inculare, giusto? Io in quel momento stavo inculando quella moretta della Smart. Che poi l’avrei inculata nel vero senso della parola, con quel culetto alto e duro, beh, è un altro discorso. Non gliel’ho toccato, il culo, sono un signore, però si vedeva che era duro. Poi aveva un paio di pantaloni neri, aderenti, che le separavano le chiappe. Chissa quanti cazzi ci hanno passeggiato la in mezzo AHAHAHAH (risata viscida, da schifoso). Comunque no, io no. Mi sarebbe piaciuto, ma no. Però quando è andata via sono andato in bagno e mi sono sparato una bella pippa pensando a lei. Che bello! Non c’è niente di meglio delle pippe. Uno può scoparsi chi vuole! Che bello, davvero.
Cosa? Mio nipote? Ah, boh, è stato in coma perchè gli hanno tirato una coccia di cocomero in testa. La gente è matta.
Il dottore
Quest’oggi, in data **/**/****, è stato portato in ospedale con ambulanza un bambino di anni * con una ferita alla tempia e privo di sensi. E’ apparso subito un caso grave sicchè mi sono precipitato ad analizzarlo. Ma, mio malgrado, il ragazzino è stato preso in cura dal maledetto Dott. Pizzini, noto leccatore di sfinteri. Non ho desistito ed ho fatto in modo di trovarmi nella stanza del piccolo al suo risveglio. Non so cos’abbia avuto ma il primo dottore che ha visto sono stato io. In culo a Pizzini.
(estratto del diario personale del Dott. Alfageme)
Il pallone
Oh, io mi stavano a prendendo per calci. Mica ho ci capito un niente. E’ da volato cocomero pezzi e dopo pure donna che fa BUM! su terra. E io sbattere muro, tante volte. Mica ho ci capito un niente. Io, fondo, è pallone e fa cazzi miei.
Il poliziotto
Era un normale giovedì d’estate il quel cazzo di gabbiotto bianco. Jack Filone, pseudonimo di Giacomo Filone, se ne stava li, con i piedi buttati sulla scrivania, a far bruciare fiammiferi. Era il passatempo preferito dagli sbirri del distretto del quinto municipio. Quello e far cantare gli zingari a suon di botte. E la polizia, si sa, non scherza. D’un tratto il telefono attaccò a trillare. Con noncuranza Jack lo alzò e se lo portò all’orecchio. Udì una vocina flebile e titubantemente incerta raccontare di un bambino, del cocomero, due donne, del sangue, un cane ed un pallone. Jack non capì propriamente quel che stava accadendo ma la storia lo stimolava. “Cazzo – pensò – non sento la parola sangue da quando ho spappolato le costole a quel negro, giù nella metro di Rebibbia”. In un lampo Jack aveva già indosso la divisa d’ordinanza senza un’ombra di grinza e il cinturone, neanche fosse nel far west. Salpò col collega Andy (Andrea Fabbri) alla volta del quadrato, così chiamavano la parte del quartiere dove era avvenuto il probabile delitto. Nella volante Andy aveva in mano una tazzina di caffé. Jack pensò “Certo che i poliziotti americani sono fichi: hanno bicchieri di caffé grandi come bacinelle. Qui un caffé lo mettono in un bicchierino che nemmeno il sachè...”.
Arrivati: davanti a loro si parò una scena inaudita: sangue, budella, grida, lacrime e cocomero: come nel Bronx. Forse togliendo il cocomero. Andy chiamò subito i rinforzi, appena prima di vomitare. Jack prese tra le braccia una signora bionda ossigenata che era ricoperta di sangue, volata giù chissà da che cazzo di altezza. Non c’era niente da fare, ormai. Era morta. Ma il bambino ancora no. Ed era evidente, a Jack, che la signora che teneva quel corpicino inerme tra le braccia era la fottuta mamma dello stesso e che era stata lei a gettare da chissà dove la bionda ossigenata perchè le aveva fatto uno sgarro. Anche stavolta Jack aveva chiuso il caso, come per la storia delle mutande al supermercato.
Quando arrivarono le ambulanze, Andy stava sbattendo in macchina la mamma assassina urlante, mentre il furgone ululante le portava via il figlio, la causa dei suoi prossimi 15 anni il cella.
Bruna
DIO: Il prossimo!
BRUNA: Sono io?
DIO: Immagino di si. Come si dichiara?
BRUNA: Riguardo cosa?
DIO: Riguardo la sua vita.
BRUNA: Mh…sfortunata?
DIO: Signora Bruna Cartelli, lei si dichiara sfortunata perché?
BRUNA: Perché la vita mi ha portato alla pazzia. E la pazzia mi ha portato ad uccidere un bambino.
DIO: Il bambino non è morto, è solo in coma. Dunque lei si ritiene sfortunata perché “la vita” le ha portato la pazzia”. Non crede che la pazzia gliel’abbiano portata quei quintali di droghe che ha assunto durante la sua “vita”?
BRUNA: Beh, ma anche le droghe me le ha portate la vita. Vede, signore, io sono nata molto povera. Mio padre era un ladro e mia madre una puttana. Mio fratello faceva truffe per vivere. Ogni sera, da bambina, tornavo a casa e trovavo mia madre in lacrime, gli occhi neri ed un rigolo di sangue al bordo della bocca. Mio padre ubriaco che cantava “Pupo biondo” al frigorifero e mio fratello che usciva dalla sua camera con sottobraccio una minorenne appena stuprata. Me ne andai di casa e decisi di sposarmi. Ma mio marito diventò un tossicodipendente e cominciò a rubarmi i soldi che guadagnavo facendo la donna delle pulizie nelle stazioni. Un giorno morì di overdose, lasciandomi sola e incinta. Quando mio figlio nacque aveva sei dita ad un piede. Allora cominciai a bere, perché non potevo accettare di avere un figlio con 21 dita. Dall’alcool passai al fumo, dal fumo alle droghe leggere, dalle droghe leggere a quelle pesanti, da quelle pesanti all’acquaragia. E il cervello si spappolò. Ogni giorno i bambini giocavano a pallone sotto il mio cortile ed io ero convinta che mio marito fosse ancora vivo e riposasse nella sua camera, malato. Quindi mi affacciavo e urlavo contro di loro. Poi prendevo delle cose e gliele lanciavo. Qualunque cosa: dei barattoli di nutella, dei vasi di fiori, un divano, un cane. Finché mi trovai a lanciare delle bucce di cocomero. Ed ebbi una gran mira, ero in ottima forma, tanto che colsi un bambino in piena tempia. Nemmeno il tempo di rendermi conto che udii la porta cadere a terra e mi ritrovai a volare come non avevo fatto neanche con le migliori droghe colombiane. E poi eccomi qui. Tutto sommato posso ritenermi sfortunata.
DIO: Signora Bruna, lei deve capire che la sfortuna non esiste e non è mai esistita. Serve solo a soggiogare le persone ignoranti come lei. Voi che credete di essere cattolici non capite che vi hanno sempre preso in giro, facendovi credere che quello che fate lo fate perché IO voglio che lo facciate. Ma io sono solo uno spettatore. Ok, di tanto in tanto mi materializzo sotto forma di una bella ragazza, o di un bravo attore, o di un ottimo musicista. Ma è solo un gioco. Il resto lo fate voi. Se suo padre era un ladro alcolizzato, sua madre una puttana, suo fratello un truffatore, suo marito un tossicodipendente la colpa era solo la loro. Ma lei era convinta che IO le avessi mandato quelle disgrazie perché le volevo male e che, una volta arrivata qui, si sarebbe potuta giustificare prendendosela con me. E’ vero?
BRUNA: si…
DIO: Bene, detto ciò, lei è una deficiente.
BRUNA: Quindi andrò all’inferno?
DIO: No. La vita finisce dove finisce. Si prepari ad annoiarsi per il resto dell’eternità.
Carla
Un pomeriggio d’estate. Una delle estati più calde degli ultimi 700 anni, diceva la tv (come ogni estate) che era accesa a farle compagnia mentre lei lavava i piatti. In sottofondo la sigla di “Sentieri” (…this is the time to remember…). Un pomeriggio d’estate qualunque. Il programma della giornata di Carla era il seguente:
1. “spicciare” la camera da letto.
2. “spicciare” la camera di Pinuccio.
3. fare la “saponata” in salone.
4. fare i piatti.
5. guardare, nell’ordine: Sentieri, Beautiful e un’altra soap brasiliana.
6. preparare la cena per Giulio e Pino. E forse Alberto e sua moglie Ester.
Era arrivata al punto
Decise di aggiungere un altro punto nella lista. A sorpresa:
4b. controllare Pinuccio che gioca a pallone dalla finestra che da sul cortile.
Si affacciò. E vide una scena che nessuna madre vorrebbe mai vedere.
E vide una scena che qualunque giornalista scandalistico vorrebbe vedere.
C’era un bambino in terra. Un pallone che aveva appena smesso di rotolare. Una pozzanghera rossa vicino alla testa del bambino. Una signora, affacciata ad un balcone al terzo piano, con una buccia di cocomero in mano. E un cane che pisciava in un angolo.
Il bambino era Pino, il pallone era arancione, la pozzanghera era sangue, la signora era Bruna, la buccia di cocomero era fresca, il cane era “Spinello”.
Fu un attimo. Le scale
Puf. Come Willye il coyote.
Si affacciò. E vide una scena che nessuna madre vorrebbe mai vedere.
E vide una scena che qualunque giornalista scandalistico vorrebbe vedere.
C’era un bambino in terra. Un pallone che aveva smesso di rotolare ormai da un paio di minuti. Due pozzanghere rosse, una vicino la testa del bambino, una intorno al corpo di una signora bionda. Nessuna donna affacciata. Un cane che si leccava le palle.
La seconda corsa di Carla fu quella per soccorrere Pinuccio. Urlò con tutte le sue forze, come si vede fare nei film. Una vecchina si affacciò, vide cos’era successo, e chiamò il 113. Qualche minuto dopo arrivarono 2 autoambulanze, 2 volanti della polizia, 150 abitanti del quartiere. Pinuccio salì su un’ambulanza, sdraiato su un lettino. Bruna salì su un’altra ambulanza, chiusa in un sacco nero. Carla salì su una volante, con delle manette ai polsi. Spinello rimase li, a chiedersi perché ci fossero così tante bucce di cocomero e due pozzanghere rosse in terra.
SEGUE
Quando la luce si riaccese nella testa di Pino, si trovava ovviamente in ospedale. Ma lui non lo sapeva. Provò ad alzarsi ma gli risultò difficile. Come se non avesse la forza per farlo. Provò a muovere le braccia ma trovò che erano molto più pesanti del solito. Non riusciva a fare niente. Era solo riuscito ad aprire gli occhi. Piano piano iniziò a sentire delle cose. Qualcosa ad un braccio, proprio nella giuntura. Poi qualcosa nel naso e in gola. Anche il peso di qualcosa sul corpo intero, ma quello, lo comprese subito, era un lenzuolo. Che gli era successo? Diventò di nuovo tutto buio.
Pino si risvegliò dopo una settimana di piccolo coma. La buccia del cocomero che non riuscì a schivare era particolarmente fresca e lo colpi in piena tempia, facendolo pure sanguinare. Pinuccio cadde giù come un mucchio di vestiti senza nessuno dentro. Quando aprì definitivamente gli occhi vide attorno a se nient’altro che molta gente. Si rese conto dopo qualche secondo che qualcosa era successo e che si trovava in ospedale. Nella stanza in cui era adagiato nel letto c’erano, nell’ordine: il padre Giulio, la nonna Adelina, un medico, un’infermiera, un poliziotto e un meccanico. Il meccanico era lo zio Alberto. Che era successo? E perché c’era un poliziotto?
CONTINUA
SEGUE
Pino e il suo pallone giocavano da soli. Pino col suo pallone. Il pallone col suo Pino. Pino si divertiva da matti nel dare calci alla sfera di gomma, cosicché essa potesse sbattere violentemente contro il muro e poi tornare. La difficoltà del tutto stava nel fare in modo che la palla, dopo aver toccato il muro, tornasse esattamente dove era lui. Gli riusciva spesso.
Il muro contro cui la palla sbatteva e sbatteva e sbatteva e sbatteva era esattamente il muro dove, tre piani più su, stava la camera da letto della signora Bruna. La signora Bruna era una sessantenne bionda (a volte il caso. Bruna è bionda. Ma tinta.) che, si diceva, avesse perso completamente il senno dopo aver ingerito in una notte una quantità di alcool pari alla media di una settimana di pub di uno scozzese lasciato dalla moglie. In realtà, da buona figlia degli anni 70, aveva fatto uso di ogni tipo di stupefacenti. Venne perfino sorpresa, un di’, a fumare una canna di tabacco, cipria e ammoniaca.
La palla sbatteva, il muro tremava, Bruna si caricava. Sbatteva, tremava, caricava. Sbatteva, tremava, caricava. Sbatteva tremava caricava. Sbattevatremavacaricava e… Bum! esplose Bruna. La scena era la seguente, sempre: il bambino giocava col pallone, Bruna si affacciava al balcone che si trovava al terzo piano e dava esattamente sul cortile, impugnava qualsiasi cosa le capitasse a tiro e la scaraventava contro il giocatore e il suo pallone. Quel giorno afferrò gli avanzi del cocomero (era estate. Un’estate particolarmente calda. Come ogni estate) e, buccia per buccia, iniziò a scagliarle contro Pino. Il bimbo e il pallone schivavano alla grande i proiettili verdi che arrivavano da un’altezza di
CONTINUA
Una lampada che emanava una luce arancioneggiante stava sul tetto della casa, sporgendosi un po’, illuminando qualcosa. La ghiaia stava ferma li. Bianca. Come il latte. Come un’orchidea. Come la ghiaia. La ghiaia stava ferma li dal tempo, anche se i sassolini che la compongono si muovono, di qua e di la, li calpestano, li lanciano, li scalciano, ma fanno sempre parte di quel gruppo di cose a cui è stato dato il nome di ghiaia.
La casa era gialla. Lo era tanti anni fa. Ora l’intonaco aveva fatto ciao ciao e un po’ alla volta si era suicidato gettandosi nel vuoto. Riposi in pace. Al momento restavano mura grigie e grezze, di quelle che se ci strusci il dorso della mano ti porta via la pelle.
Le finestre erano buie. O meglio, lo erano le stanze di cui esse facevano parte. Non si può illuminare una finestra a se stante.
Nessun rumore proveniva da dentro.
La casa era abbandonata.
Da tanto tempo?
Quanto?
Chissà.
CONTINUA
C'è una parola che gonfia le bocche di milioni di persone nel mondo, persone che grazie a questa pratica diventano ricche, famose o hanno in qualche modo successo. La parola è "arte" e le persone sono gli "artisti". Parto da un presupposto: chi ritiene di essere un artista 99 su 100 non lo è. Se sei un artista dovresti pensare più a creare qualcosa che a spiegare alle persone cos'è l'arte. L'arte non può essere spiegata, è come l'amore, l'amicizia: sono cose che vanno oltre le più pratiche e terrene "spiegazioni".
Ora, andando ad analizzare nel dettaglio cosa vuol dire veramente la parola "arte" potrei dividere in due grandi categorie di significato:
"attività umana basata sull’abilità individuale, sullo studio, sull’esperienza e su un complesso specifico di regole / insieme delle regole e delle conoscenze tecniche necessarie per compiere una determinata attività: l’a. del ricamo, della navigazione"
Quindi qui si parla di lavoro, l'arte intesa come mestiere, diciamo. Ma non è questo che mi interessa perchè le persone di cui parlo non si riferiscono certo a questo significato.
"attività umana tesa a creare, per mezzo di forme, colori, parole, suoni, ecc., prodotti culturali a cui si riconosce un valore estetico: l’a. della pittura, della poesia, della musica"
E' questo il significato a cui gli artisti si riferscono. Lo analizzo.
Se si seguisse solo quello che dicono i signori De Mauro e Paravia, tutti potrebbero essere artisti: basterebbe solo creare qualcosa. E a me come definizione piace, perchè ogni cosa che parte dall'intelletto e viene creata dal nulla per me è un'opera d'arte, però esula dal concetto di estetica e bellezza. Un'opera d'arte non necessariamente significa "cosa bella", ok. Comunque, facciamo conto che un'opera d'arte debba anche essere bella, mi chiedo: bella in base a che? Da dove si parte per dire che un'opera è bella o ben fatta? Da delle regole? Allora non potrebbero crearsi nuove correnti di nessun genere perchè, una volta usciti dagli schemi, si esce fuori dall'arte. E soprattutto, che arte è quella ristretta da delle regole? Certo, è pur vero che se io faccio uno stronzo di dimensioni siderali e lo metto in mostra in un museo non posso essere considerato artista, sebbene lo abbia fatto per un motivo (e, in più di un senso, lo avessi dentro). Oppure se...
...ok, basta sofismi. Il punto è uno: non fidatevi mai di chi si dichiara artista: non lo è. Solitamente sono quelli che parlano malissimo delle opere di mezzo mondo e esaltano solo le proprie senza ritegno.
E soprattutto: artisti, fate il piacere, non mettete bocca dove non è richiesto. Altrimenti vi conviene passare nell'altra grossa categoria di falliti con lauto stipendio, che è quella dei critici. Se una cosa non piace a voi non significa che è merda. Anche perchè, fidatevi, per quasi tutti è merda quella che voi chiamate arte.
P.s. Non credo si possa considerare, questo, uno sfogo personale. Spero che qualcuno ci si riconosca.
Non sono come voi. Per fortuna. Vostra.