Una lampada che emana una luce arancioneggiante sta sul tetto della casa, sporgendosi un po’, illuminando qualcosa. La ghiaia è ferma li. Bianca. Come il latte. Come un’orchidea. Come la ghiaia. La ghiaia è ferma li dal tempo, anche se i sassolini che la compongono si muovono, di qua e di la, li calpestano, li lanciano, li scalciano, ma fanno sempre parte di quel gruppo di cose a cui è stato dato il nome di ghiaia.
La casa è gialla. O lo era tanti anni fa. Ora l’intonaco ha fatto ciao ciao e un po’ alla volta si è suicidato gettandosi nel vuoto. Riposi in pace. Al momento restano mura grigie e grezze, di quelle che se ci strusci il dorso della mano ti porta via la pelle.
Le finestre sono buie. O meglio, lo sono le stanze di cui esse fanno parte. Non si può illuminare una finestra a se stante.
Nessun rumore proviene da dentro.
La casa è abbandonata.
Da tanto tempo.
Quanto?
Chissà.
Probabilmente da mille anni.
O qualche anno di più.
Eppure, questa storia di palloni, di bambini, di pazzie e di cani parlanti, viene da li dentro. Da qualcosa che li dentro sta da una vita - se esiste una vita da usare per quantificare il tempo – un qualcosa fatto di immaterialità e ossa, di sporcizia sui gomiti e capelli sporchi. Qualcosa che vive grazie all’alcool e grazie all’alcool è ancora ancorato ad una vita che ormai non avrebbe senso, nella sua entità di vita. Ma senso ce l’ha, li, in quella casa abbandonata da mille anni, abbandonata da tutti tranne che da un cervello che ricorda vite, e le mischia ad altri ricordi e alla sua fantasia. E’ da li che viene questa storia, dal cervello di un vecchio, senza più un nome (e quindi senza più una vita), che un tempo era stato una persona, e in un tempo ancora precedente era stato un ragazzo, e in un tempo ancora precedente era stato un ragazzino. Che giocava con un pallone arancione.

Non sono come voi. Per fortuna. Vostra.